Sabato si è celebrata la Giornata internazionale del Rifugiato.
Una ricorrenza paradossale, se pensiamo che proprio mercoledì scorso il Parlamento europeo ha approvato nuove norme che prevedono la detenzione fino a due anni e la possibilità di trattenere le persone in movimento in centri fuori dall’Unione Europea, in Paesi dove i diritti umani non sono rispettati.
E questo, purtroppo, vale anche per i minori. Nel Mediterraneo i bambini non sono protetti. Vengono regolati.
Al Parlamento europeo, durante il voto, una parte dell’Aula ha scandito un coro: «Rimandiamoli indietro!»
Come se non si trattasse di persone, ma di pacchi. Di oggetti non graditi, di poco o nessun valore, da rispedire al mittente.
E nel Mediterraneo centrale, in quello stesso momento, e nella totale indifferenza dei più, bambini, donne e uomini continuavano a morire.
I corpi di almeno 15 persone senza vita sono stati recuperati lungo la costa libica, a Tripoli.
Finché il sistema sarà costruito con lo scopo preciso di controllare le frontiere, e non di salvare vite, questo è ciò che continuerà a succedere. Le persone continueranno a morire rimanendo senza nome e senza la dignità di una sepoltura. E chi riuscirà ad arrivare dall’altra parte non sarà trattato come una persona, ma come un oggetto da respingere, spostare, deportare.
Nel Mediterraneo si continua a morire per decisioni prese altrove, in un’Europa che perde giorno dopo giorno la sua umanità.
La Giornata internazionale del Rifugiato non è una ricorrenza simbolica. È un promemoria scomodo: le leggi hanno effetti concreti sulle vite. E oggi questi effetti si stanno irrigidendo proprio mentre il Mediterraneo continua a contare morti.
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