mercoledì 31 agosto 2016

UNA VICENDA ALLUCINANTE IN UN CONTESTO DRAMMATICO

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Vi invito a leggere questa lettera di Paola e Mario, carissimi amici, che stanno vivendo un momento molto difficile della loro vita.
(La lettera è stata inviata a Trenord s.r.l., a diverse testate giornalistiche e al sindaco di Varese)
Questa lettera è mossa solamente da una questione di principio.
In difesa di tutte quelle persone che hanno avuto (o potrebbero avere) la disgrazia di ammalarsi di cancro.
Non è mossa da una questione di soldi (quei soldi che costituirebbero il recupero di parte di un abbonamento del treno pagato anticipatamente); i soldi (anche quelli di un probabile rimborso di un abbonamento per il treno) sono una cosa che vanno e vengono.
Le cose importanti, che restano nella memoria, sono i gesti delle persone, le parole, le considerazioni, la sensibilità, il senso di giustizia, la dignità e la correttezza. Tutte cose che restano e che hanno una sola percezione e direzione.
Per il trattamento dei dati sensibili contenuti in questa lettera e che riguardano mia moglie, sono stato autorizzato dalla stessa. Chiunque volesse prendere visione di questa autorizzazione (fermo restando che dovrebbe avere una giusta motivazione per farlo), potrà richiederne una copia sottoscritta da mia moglie.
Mi chiamo Mario Macaluso e sono dipendente del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e sono il marito della signora Paola Pozzi che è dipendente di uno studio di commercialista.
Mia moglie ed io viviamo a Varese. Paola lavora a Gallarate (VA) e, per recarsi al lavoro, ormai da anni, utilizza il treno da Varese per Gallarate. Per questo motivo, da diversi anni, ha provveduto ad effettuare l'abbonamento annuale del treno. E’, senza ombra di dubbio, una “buona cliente di Trenord”. Una cliente che paga in anticipo un servizio. Quest’anno, precisamente il 4 gennaio ha pagato 447,00 euro per l’abbonamento 2016.
All'inizio di questo anno, dopo soli 25 giorni di utilizzo dell’abbonamento, precisamente il giorno venerdì 29 gennaio, dopo aver preso il treno per recarsi in ufficio come tutte le mattine, Paola ha avuto un malore.
Per farla breve, nello stesso giorno ci siamo ritrovati al pronto soccorso di Varese e, la stessa sera, abbiamo appreso che aveva un cancro al polmone, metastasi al cervello ed al surrene. Per questi motivi, la stessa sera, è stata ricoverata d'urgenza.
In pochi attimi ci siamo ritrovati completamente sbalzati su un altro pianeta. Una cosa che non auguro neanche al peggior nemico. Oggi penso che, sarebbe un bene, che chiunque abbia avuto la fortuna di non incappare in questa tragedia, potesse avere uno straccio di idea su cosa significa realmente che una persona si ammali di cancro: ritrovarsi in un attimo in una sorta di “mondo parallelo” dove totalmente cambia tutto: prospettiva, idee, ottica, pensieri, esperienze, rapporto con l'idea della morte, aspettative, progetti, ecc. ecc.
Un treno ad alta velocità che ti arriva dritto in faccia. Che ci è arrivato dritto in faccia.


Da quel momento in poi la nostra vita ha cominciato a fare i conti con la violenta irruenza di radioterapia, chemioterapia, pesanti postumi delle varie terapie, continui prelievi del sangue, lavaggi del catetere cvc, quotidianità con il Day Hospital Oncologico dell'Ospedale di Circolo di Varese e con tutto il suo Personale. Ci tengo a sottolineare che non finiremo mai di ringraziare (nessuno escluso) tutto il Personale del D.H. Oncologico di Varese.
Ringraziarli per il calore umano, la professionalità, la competenza e l'amicizia espressa. Persone che, nessuna esclusa, svolgono quotidianamente e a qualunque titolo, quella difficilissima e delicatissima professione in un ambiente saturo di dolore. Il dolore di chi si rivolge a loro.
In tutto questo contesto, sfido chiunque a farsi venire in mente che Paola aveva acquistato (utilizzandolo solo per 25 giorni) un abbonamento annuale per i suoi viaggi in treno, nonostante ci si trovi con un estremo bisogno di normalità o, meglio, la semplice e preziosa quotidianità che si è avuta sino a quel venerdì 29 gennaio 2016.
Terapie, effetti delle terapie e paura a parte, bisogna fare i conti con tutta una serie di cose concrete ed urgenti.
Chi si ammala di cancro comincia anche a pensare che rischia di perdere il lavoro.
Deve fare i conti con contratti di lavoro assurdi per cui, un operaio che si ammala di cancro ha un trattamento diverso rispetto ad un impiegato della P.A. che si ammala di cancro o ad un impiegato nel settore privato che si ammala di cancro, ecc. ecc.
In poche parole, per l'identico tipo di cancro ci troviamo in presenza di trattamenti, considerazioni e diritti differenti. Noi (adesso ancor più di prima) sappiamo che un malato di cancro è un malato di cancro e basta.
Evidentemente, per chi si siede ai tavoli (a qualunque titolo) determinando decisioni che riguardano i contratti di lavoro, per evitare che possa concepire contratti di lavoro assurdi, avrebbe bisogno di aver avuto o avere in famiglia qualcuno ammalato di cancro, oppure dovrebbe farsi, di tanto in tanto, un “giretto” all’interno di un reparto oncologico per avere uno straccio di idea di cosa significhi ammalarsi di cancro
Solo così, forse, si potrebbero evitare queste aberranti e assurde ingiustizie.
Per chi non ci crede, provate a prendere in mano un paio di contratti di lavoro (della P.A. e dei Privati) e andate a cercare cosa si dice rispetto al lavoratore che si ammala di cancro e al calcolo del periodo di malattia.
Paradossalmente, sembra che il cancro sia più democratico ed imparziale delle persone che si siedono ai tavoli di contrattazione: Il cancro colpisce tutti allo stesso modo operai, impiegati, padroni, disoccupati, industriali, ecc. ecc. Sono le considerazioni e le decisioni prese da questi uomini e donne a non essere democratiche ed imparziali.
Ti ammali di cancro e devi fare i conti con la paura di avere il problema della visita fiscale che potrebbe arrivare a casa tua proprio mentre sei in ospedale a farti 7 ore di chemioterapia nelle vene, o mentre stai vomitando l’anima nel bagno di casa tua e non puoi sentire il campanello suonato dal medico fiscale. Come si sa, se il medico fiscale non ti trova in casa, sei costretto ad andare alla A.S.L. per andarti a “giustificare”: “Mi perdoni dottore se non mi ha trovata in casa, ma sono andata in ospedale a fare una terapia salvavita o stavo vomitando l’anima nel bagno di casa mia. E' sufficiente questa giustificazione? Sono perdonata per averla fatta venire a vuoto?”.
Per chi non crede che possano accadere anche queste cose, vada su Internet e cerchi semplicemente “Protocollo Chiara”, la vicenda che ha vissuto una donna ammalata di cancro e che, suo malgrado, si è ritrovata anche a dover fronteggiare l’assurda burocrazia italiana, l’inconcepibile visita fiscale.
Per evitare che Paola potesse essere “colpita” da questa ulteriore atroce eventualità, sono stato costretto ad andare a protestare energicamente presso l’I.N.P.S. di Varese, per fare in modo che non arrivasse nessuna visita fiscale a casa nostra: il cancro è una cosa seria che non consente margine alle umane cazzate, alle folli burocrazie, al mancato recepimento di un minimo di norme che tutelano chi ne è colpito e all’assenza di un minimo di senso della decenza. In quell’occasione sono stato assolutamente deciso a non muovermi da quell’ufficio sino a quando non avessi avuto l’assoluta garanzia che nessun medico fiscale sarebbe venuto a casa mia per “verificare se Paola stesse veramente male”.
Devi fare i conti con il fatto che vivi in una città (Varese) escludente e a misura di persone assolutamente sane, perfette, fresche di palestra, impomatate, profumate e (come dice un ridicolo spot pubblicitario) “con le ascelle a prova di bacio”.
Una città a misura di persone che, se provano a fare due passi, non hanno la necessità di trovare delle panchine per riposarsi un poco.
Avete idea di come ci si possa sentire “bombati” di chemioterapici e cortisone? Si ha difficoltà a camminare, di salire anche sul marciapiede e, se pensi di farti due passi perché è una cosa che fa bene, hai bisogno di sederti di tanto in tanto.
Nella escludente Varese, per evitare che “extracomunitari”, ubriachi, persone anziane, badanti, disabili, barboni, eventuali “pericolose socializzazioni” (per esempio, anziani che potrebbero giocare a dama) ecc. ecc., potessero costituire un pugno nell’occhio “ al decoro della scenografia urbana”, in un colpo solo hanno tolto le panchine; e, dove qualcosa è stato messo, trovi solo quelle orribili sediucole che sembrano un ibrido tra un pessimo bidet ed un orribile water (vedasi Via Dandolo). Per cui, se Paola esce da casa, ha difficoltà a trovare uno straccio di posto dove potersi riposare quando è stanca. E’ chiaro che lo stesso problema lo avranno anche le centinaia (se non migliaia) di persone che hanno il cancro o le persone con difficoltà motorie o le persone anziane; tutte persone “non più a misura di città perfetta, energica e produttiva” come questa città escludente e piena di barriere architettoniche (e mentali). A tutto ciò si aggiunge il popolo degli idioti: quelli che continuano a lasciare le auto (quasi sempre un Suv) sulle strisce pedonali in corrispondenza degli scivoli o che parcheggiano negli spazi dedicati ai disabili.
Con tutto ciò vai a pensare all'abbonamento del treno che non hai potuto utilizzare? Certo che no.
Ci sarà qualcuno tra le persone che leggeranno questa lettera che avrebbe il coraggio e la faccia di sostenere il contrario?
Accade che, sempre per “quel disperato bisogno di normalità”, tra le altre cose, ti viene in mente dell'abbonamento a Trenord e che potresti avere parzialmente rimborsato. Ci speri anche perché, nel frattempo, cominci ad avere più bisogno di soldi perché (ad esempio) tutta una serie di farmaci o simili dei quali hai bisogno, non vengono considerati esenti dalla Sanità italiana. Ad esempio, la Crema Base, che serve a idratare la pelle rovinata dalla chemioterapia costa 18 euro al flacone (che mediamente dura 3 giorni se utilizzata per avere un minimo di efficacia). Oppure, come gli integratori che potresti prendere (se ci riesci) quando arriva una nausea tremenda che ti fa stare lontanissima dall’idea di mangiare qualunque cosa.
Noi (dopo 30 anni di lavoro) viviamo di “italici stipendi” che, di sicuro, non sono come i compensi dei dirigenti di Trenord (che, tra l’altro, non sono neanche pubblicati sul sito di Trenord), come mi pare che dovrebbe essere pubblicata.
Così, a inizio del mese di luglio, andiamo sul sito di Trenord e cerchiamo le norme che prevedono i rimborsi. Troviamo il regolamento ad uso e consumo dei clienti Trenord che, alla voce “Rimborso dell’ABBONAMENTO MENSILE/ANNUALE PARZIALMENTE UTILIZZATO” alla lettera “b) ABBONAMENTO ANNUALE, recita che (cito testualmente): “differenza tra prezzo di vendita e il prezzo dovuto per i mesi effettivamente utilizzati”.
In data domenica 3 luglio di quest'anno, ci rechiamo presso la biglietteria Trenord a Varese ed esponiamo il problema all'operatore (persona disponibile e molto gentile). Lo stesso ci consegna un modulo da compilare e prende in carica la fotocopia del documento d’identità di mia moglie ed il tesserino originale dell'abbonamento.
Lo stesso giorno (3 luglio) riceviamo la mail di ricevuta della pratica di rimborso a firma del medesimo operatore.
Successivamente, in data 5 luglio, riceviamo via e-mail una comunicazione proveniente da Trenord Direzione Commerciale Vendita e assistenza clienti, con protocollo Rimb. 03/07/2016 / RIM-20160703-50356, dove ci viene comunicato che la richiesta di rimborso verrà presa in carico ed elaborata quanto prima e, lo stesso giorno, ci perviene (sempre via e-mail) la conferma di rimborso contanti.
Indubbiamente, bisogna dare atto che, rispetto alla tempistica l’operato di Trenord è stato ineccepibile, comunque, questo rimborso per una cifra di 214,50 euro, a tutt’oggi, noi non lo abbiamo ancora riscosso per i motivi che cercherò di spiegare.
A parere nostro, Trenord s.r.l. è stata meno ineccepibile nel calcolo della cifra da rimborsare. Infatti, a fronte di un pagamento anticipato di 447,00 euro, il rimborso è stato di 214,50 euro con una trattenuta di Trenord pari a 232,50 euro per soli 25 giorni di effettivo utilizzo.
Facendo il calcolo da ignorante in materia, se dividiamo l’importo dell’abbonamento cioè 447,00 euro per 361 giorni (ricordiamoci che Paola ha pagato l’abbonamento il 4 gennaio 2016), la cifra giornaliera sarebbe di 1,238 euro. Se poi moltiplichiamo questa cifra giornaliera per i giorni in cui Paola ha effettivamente utilizzato il treno (cioè 25 giorni), otteniamo la cifra di 30,955 euro. Se sottraiamo questo importo per l’effettivo utilizzo del treno dall’importo dell’abbonamento, otteniamo la cifra di 416,044 euro (23 flaconi di crema base). Quindi, il rimborso di 214,50 euro per noi è errato.
Per questa cosa che non abbiamo compreso, nei giorni successivi ci siamo recati nuovamente allo sportello della stazione Trenord di Varese. Abbiamo parlato con un altro operatore esponendo le nostre perplessità, ma non solo. Infatti, contravvenendo noi stessi al diritto di privacy di Paola in materia di dati sensibili, abbiamo fornito l’ultimo referto medico del Day Hospital Oncologico di Varese che, tra le altre cose a pag. 2 recitava (cito testualmente): “Si certifica che la paziente ha tutt’ora in corso, in maniera continuativa, dal 09/02/2016 a oggi, terapie salvavita per condizione medica grave e invalidante, con necessità di ripetuti accessi ospedalieri per somministrazioni di terapie endovenose antiblastiche e di supporto a applicazioni di radioterapia”. Preme ricordare che, dal 29 gennaio sino alla data di presa in carico nel Reparto Oncologico, Paola è stata ricoverata in ospedale.
L’operatore Trenord, acquisita l’ulteriore documentazione, ci ha rassicurati che avremmo ricevuto una tempestiva risposta. Risposta che, a tutt’oggi, non è arrivata.
Mi preme ricordare ciò che riporta il Codice Etico di Trenord S.r.l. approvato dal Consiglio di Amministrazione il 27 settembre 2012, nella Sezione Quarta, pag. 27, punto 4.2 Rapporti con il cliente. Cito testualmente: “ Trenord fonda l’attività aziendale e la conduzione degli affari sulla qualità, intesa non solo come qualità del servizio ma anche come attenzione alle particolari esigenze dei clienti, sulla professionalità, sulla disponibilità e tempestività nel riscontro delle richieste commerciali e sul puntuale esame dei reclami, per un pieno soddisfacimento dei propri clienti “.
Ciò che è accaduto dopo sono state le telefonate fatte all’Ufficio Rimborsi di Trenord per cercare di avere dei riscontri. Ciò che ci è stato risposto (chiamando il n° 02-85114896) è che il Regolamento, per quanto riguarda l’abbonamento annuale non parla di malattia. Poi, c’è stato spazio solo a parole frutto di ottusità.
Noi restiamo ancora in attesa di una risposta che ci dia giustizia o, quantomeno, chiarezza sul perché di quella trattenuta di 201,54 euro per un effettivo utilizzo del treno per soli 25 giorni. Qui nessuno chiede l’elemosina, ma si vuole capire (ripeto) perché mai per 25 giorni di effettivo utilizzo del servizio dobbiamo pagare 201,54 euro.
Confido semplicemente nel buon senso di tutti gli attori di questa vicenda. Semplice buonsenso che possa evitare che, ad altre persone che si trovano nella stessa condizione di Paola o con altri gravi problemi di salute, possano incorrere o debbano affrontare identiche situazioni. Specialmente se si tratta di persone sole.
Un invito ed un consiglio al sindaco di Varese: provi a chiedere (a chi nel Comune di Varese ne ha la competenza) quante panchine (degne di essere chiamate tali) ci sono in questa città. Le fornisco un primo dato: in Viale Belforte per 2,800 Km., ci sono solo 2 misere panchine solamente in due delle tante fermate dell’autobus: la prima all’altezza del n° civico 146 (sul marciapiede opposto, lato numeri dispari) e la seconda all’altezza del n° civico 62 (sul marciapiede opposto, lato numeri dispari). Vedere per credere.
Un’ultima cosa. Ad evitare che mia moglie, Sig. Paola Pozzi (titolare dell’abbonamento annuale Tessera n°531780355 id utente n° 2167177, possa incorrere in azioni di qualunque natura e tipo da parte di Trenord s.r.l. o di chiunque altro, tengo a precisare che mi assumo totalmente qualunque tipo di responsabilità per quanto scritto, dalla prima all’ultima parola, in questa lettera.
Mia moglie ha in atto una guerra molto più impegnativa e seria da dover affrontare.
Noi restiamo ulteriormente in attesa di un riscontro da parte di Trenord s.r.l. che chiarisca e ponga fine a questo spreco di energie e attenzione che ci distrae da vicende ben più serie ed importanti e che stiamo affrontando quotidianamente.
Grazie per l’attenzione.
Varese 27 agosto 2016
Mario Macaluso
Via Garibaldi n°17
21100 Varese
e-mail : mariomaca@alice.it

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