Quattro giorni di navigazione, mare in tempesta, onde oltre i due metri. E a bordo ventitré bambini, due donne incinte, ottantaquattro persone che aspettano. Il governo italiano aveva assegnato come porto di sbarco Marina di Carrara — millecentodieci chilometri di distanza — e la Sea Watch 5 era ferma a poche miglia da Campobello di Mazara, con lo Stretto di Messina impraticabile per le condizioni meteo.
Sea Watch ha fatto ricorso al Tribunale dei minori di Palermo. Il Tribunale ha risposto con la massima urgenza: tutti i minori a bordo devono sbarcare nel porto siciliano più vicino.
La vicenda segue un copione ormai noto. La nave soccorre i migranti nel Mediterraneo, le autorità italiane applicano il decreto Piantedosi assegnando porti lontani — strategia che mira a logorare le ong e scoraggiare ulteriori missioni — e la nave deve attraversare mezza penisola con i naufraghi a bordo. Stavolta però la situazione era oggettivamente insostenibile anche sul piano umanitario e giuridico: venti minori non accompagnati e tre accompagnati dalle famiglie costituiscono un profilo di vulnerabilità che il Tribunale dei minori non poteva ignorare.
Il ricorso faceva leva esattamente su questo: la tutela dei minori è competenza della magistratura minorile, e quella magistratura ha ritenuto che le condizioni a bordo — meteo avverso, durata del viaggio, presenza di donne in gravidanza — configurassero un rischio concreto.
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