Ci sono i video, le testimonianze e la notizia. Perché un quattordicenne che muore ammazzato è, o dovrebbe essere, sempre l’eccezione al flusso regolare della vita. Eppure, ci sono voluti 4 mesi perché quel che era successo uscisse dal circuito chiuso del lamento dei parenti e degli amici. Quattro mesi di verifiche, interviste, ricerca di prove poi, finalmente, la Bbc ha avuto il coraggio di rendere noti i fatti.
Qualcosa può ancora essere da verificare, ma basterebbe una scena filmata da lontano con un telefonino per inorridire. Un ragazzino è a terra, sembra ferito. Ha vestiti leggeri, color mattone o forse sono già sporchi di sangue. Si muove appena. Alza una mano, si rotola lentamente come per guardare o chiedere aiuto. Attorno ha quasi una dozzina di soldati perfettamente equipaggiati con casco, giubbino antiproiettile, paraginocchia, kit di pronto soccorso e, ovviamente, armi.
Alcuni parlano tra loro, altri tengono i fucili puntati verso gli angoli delle strade per tenere l’area in sicurezza. Uno in particolare, passamontagna nero sulla faccia a renderlo anonimo, guarda quel corpo esile per terra. Lo guarda tendergli le mani. Ma il soldato resta immobile. Non si china, non lo aiuta. Lo guarda morire.
Il ragazzino si chiamava Jad Jadallah e abitava ad al-Far'a in Cisgiordania, in un luogo che secondo gli accordi internazionali dovrebbe essere Palestina, ma che è territorio occupato da Israele. I soldati erano membri dell’Idf, le Forze di Difesa Israeliane. Ci sono alcuni punti poco chiari in quel che è successo. E forse non lo saranno mai visto che Tel Aviv si rifiuta sistematicamente di perseguire i propri soldati (e persino i propri coloni) che commettono crimini.
Ma la Bbc ha fatto un lavoro giornalistico impressionante raccogliendo testimonianze e video di telefonini e camere di sorveglianza. Tutte le immagini verificate e messe in fila secondo l’ordine cronologico, sommate ai racconti dei palestinesi e alle repliche dell’esercito dello Stato ebraico ricostruiscono una scena simile a questa che segue.
Il quattordicenne Jad era nella viuzza della cittadina palestinese con altri due giovani come lui. Lo chiamano campo profughi perché è abitato da gente espulsa dalle proprie case nel 1948 alla nascita dal nuovo Stato ebraico, ma è a tutti gli effetti un villaggio di circa mille abitanti. Ad un tratto uno ragazzo fugge, altri due esitano e si trovano a pochi metri i fucili israeliani. Un compagno riesce a girare l’angolo, Jad no, cade, probabilmente ferito.
Non si sa quanti colpi l’abbiano colpito, perché da 4 mesi Israele si rifiuta di consegnare il cadavere. Il diniego israeliano non fa notizia perché ci sono altri 775 corpi di palestinesi uccisi dall’Idf che Israele non restituisce ai parenti. Per Tel Aviv sono cadaveri di terroristi quindi senza diritti, proprio come Jad la cui colpa sarebbe stata tirare un sasso.
Nella terra di Davide e Golia, lanciare una pietra è considerato (dalle norme israeliane) un’aggressione sufficiente per sparargli quasi a bruciapelo con un Tavor X95 d’assalto. Il lancio del sasso della colpa non si vede nei video, ma chi lo sa? Si vede invece un militare buttare qualcosa proprio come una pietra accanto al ragazzo agonizzante e poi scattare una foto.
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