Maggiore è l’esercizio fisico nella mezza età e nella tarda età, minore è l’incidenza dell’Alzheimer e della demenza in generale.
Non è uno slogan, ma il messaggio che arriva da un nuovo lavoro del Framingham Heart Study, appena pubblicato su JAMA Network Open. E suggerisce che esistono due momenti chiave – intorno ai 50 anni e dopo i 70 – in cui muoversi fa davvero la differenza per il cervello.
Lo studio ha seguito per decenni i figli dei partecipanti originari del Framingham, un grande studio epidemiologico iniziato negli anni Cinquanta.
L’attività fisica da giovani non è risultata chiaramente associata al rischio di demenza molti anni dopo: chi era più attivo a 30–40 anni non aveva, in media, meno diagnosi rispetto ai coetanei più sedentari, una volta considerati gli altri fattori di rischio. Diverso il quadro quando si guarda alla mezza età: qui le persone nei livelli più alti di attività avevano un rischio di demenza circa inferiore del 40% rispetto al gruppo più sedentario.
Una riduzione simile si osservava anche per la tarda età: anche dopo i 70 anni chi si muoveva di più aveva circa il 40–45% di casi in meno rispetto ai coetanei che si muovevano poco. E questo valeva sia per la demenza in generale, sia in particolare per la malattia di Alzheimer. I ricercatori hanno tenuto conto della presenza della variante APOE ?4, che aumenta il rischio di Alzheimer.
L’attività fisica non “cancella” l’effetto dei geni, ma i dati indicano che restare attivi è associato a un minor rischio di demenza anche in chi parte con questa carta sfavorevole, soprattutto nella tarda età. Un messaggio rassicurante: la genetica non è un destino immutabile.
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