Come spesso gli capita, il treno dal nome autoironico, Alta Velocità, si è fermato in aperta campagna per poi proseguire a balzelloni, assumendo infine una compassata andatura da carovana del Far West.
Dagli altoparlanti è uscita una voce artificiale per informare i viaggiatori che «animali di grosse dimensioni», forse dei mammuth preistorici, si erano avvicinati ai binari ultrarapidi, rendendo necessario spostare il convoglio su quelli più lenti. Il giorno prima era successa la stessa cosa, ma la voce artificiale ne aveva dato la colpa a «soggetti non identificati stazionanti lungo la linea», probabilmente delle astronavi in viaggio da Marte a Orte, dove si erano impantanate anche loro. E il giorno prima ancora, ci informa una sconsolata lettrice, la solita voce inscalfibile alle emozioni aveva attribuito il disguido a un tentato suicida, al mattino, e al pomeriggio a «problemi di manutenzione della tratta non dipendenti dalle ferrovie» ma con tutta evidenza dallo Spirito Santo.
Ormai non ci si arrabbia nemmeno più Appena il treno comincia a perdere colpi, si aspetta con curiosità che la voce artificiale ci riveli la prossima scusa.
Qualche pendolare ne tiene addirittura l’elenco: ne conosco uno che a dicembre ha collezionato due sconosciuti sdraiati sui binari, un chiodo, una transumanza di greggi, un’esondazione di fiume e una di affluenti minori. Mi piace immaginare che esista un Ufficio Scuse a cui lavorano torme di creativi. Mantenerli costerà anche parecchio, ma sicuramente meno che raddoppiare le linee.
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